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L’isola,
la sua condizione di punto di arrivo/base di partenza, è uno dei simboli
principali del racconto che sta alla base della letteratura occidentale moderna:
l’Odissea di Omero.
L’Odissea per lo scrittore Pietro Citati è un grande isolario: è come se lo
spazio fantastico fosse composto quasi esclusivamente da isole.
Mi chiedo: è solo un caso che una tesi, tanto ammaliante quanto tutta da
provare, individui in Trapani e le sue isole le terre della peregrinazione di
Odisseo/Ulisse?
Alla fine del 1800 gli studi dello scrittore inglese Samuel Butler, “The
Authoress of the Odyssey”, misero sottosopra il mondo scientifico, identificando
in Trapani e nelle isole Egadi lo scenario in cui si svolge buona parte
dell’Odissea. Dopo Butler la tesi venne riproposta dall’erudito trapanese Pietro
Sugameli nel 1892, e più recentemente da Vincenzo Barrabini, anch’egli trapanese,
negli anni ‘60; un professore Nuovazelandese che insegnava a Canterbury, Lewis
Greville Pocock, nel 1952 ha scritto “Reality and allegory in the Odyssey”
sposando in parte la tesi di Butler.
Secondo gli studiosi citati, Itaca sarebbe Marettimo, Hiera, l’isola sacra, e
Trapani sarebbe Scherìa – o Scherìe – la città dei Feaci governata dal saggio
Alcinoo, terra dove l’ospitalità era sacra. I Feaci, inoltre, erano grandi
navigatori, traghettatori di ospiti, e le loro navi viaggiavano veloci e
silenziose nascoste dalla nebbia. Bene, chi non conosce la tradizionale
ospitalità dei trapanesi, e la loro bravura nel solcare i mari?
L’isola delle Capre da dove Ulisse partì per la terra dei Ciclopi (Erice?),
sarebbe Favignana – Aegusa - , e nell’isolotto di Formica – Asterìde – i Proci
avrebbero teso l’agguato a Telemaco figlio di Odisseo.
Tantissimi sono i luoghi trapanesi “riconosciuti” da Butler (e dai suoi epigoni)
scorrendo le pagine dell’Odissea: gli scogli di Torre di Ligny in cui fu
trasformata la nave di Odisseo da Posidone adirato; la scogliera di tramontana
battuta da Borea su cui venne scagliato l’eroe prima di approdare alla foce
ridossata di un fiume; le saline.
Ed a proposito della nave di Odisseo trasformata in scoglio dal Dio del mare,
non dimentichiamo che un’antica leggenda trapanese narra che gli stessi scogli
davanti alla Torre di Ligny altro non fossero che una nave di pirati saraceni
trasformata in pietra dalla Madonna di Trapani intervenuta in difesa della sua
città.
Se pensiamo che la statua della Madonna adorata dai trapanesi arrivò in città
grossomodo a metà del XIII secolo, possiamo vedere quanto sia radicata nel
popolo quella leggenda, che verosimilmente prende le mosse dal tempo
dell’Odissea – VIII secolo prima di Cristo – e successivamente viene
cristianizzata e adeguata alla nuova religione. Presso il Santuario
dell’Annunziata è conservata una splendida collezione di ex voto, dipinti
ingenui e sinceri donati alla Madonna per ringraziarla di un miracolo: nella
quasi totalità i “miracolati” sono naviganti o pescatori.
Ci sono poi i Lestrìgoni, popolo cannibale che uccise i compagni di Odisseo
infilzandoli come tonni. In realtà, molte traduzioni dal greco riportano
“infilzandoli come pesci” e non “come tonni”: ma quali pesci si pescano quando
sono in grande quantità, e sono tanto grandi da potere essere “infilzati” da una
lancia – un arpione? Tutti i pesci di grande dimensione, a cui da sempre l’uomo
dà la caccia, nuotano da soli o in pochi esemplari: così il pescespada, la
balena, la cernia, il dentice. Solo i tonni nel tempo della loro migrazione
genetica nuotano in grandi gruppi, ed è accertato che fin dall’antichità i
popoli pescatori – fenici prima di tutti – inseguivano i branchi di tonni per
accerchiarli con la rete - “dai mille buchi” dice Omero – e catturarli con
l’arpione. E dove, se non in Sicilia, a Trapani, la pesca del tonno viene
praticata da millenni? La costa che va da Castellammare del Golfo al Capo San
Vito fu chiamata “Cetaria” (dal greco Ketè e latino Cetè) per la presenza nei
suoi mari dei grandi animali marini (oggi: cetacei) che venivano pescati in
abbondanza. I Lestrìgoni abitavano dove oggi sorge l’abitato di Scopello, su
quella costa dove fino a quarant’anni fa venivano calate le tonnare famose di
Magazzinazzi, Castellammare del Golfo, Scopello, San Vito lo Capo?
Orbene, se tutto questo risponde al vero, siamo nell’ottavo secolo prima di
Cristo: anche allora, forse, il destino e la cultura di Trapani viaggiavano sul
mare. Come Odisseo era l’uomo “dalla mente dai mille colori” (Citati), così la
nostra era la terra variegata, multiforme, che l’eroe percorse nel suo ritorno a
casa.
Quello che è importante sottolineare, al di là dei ragionevoli dubbi, è la
continua, secolare identificazione di Trapani con il mare ed i suoi miti.
Ma se persistono dubbi sulla ubicazione dei luoghi dell’Odissea, non ce ne sono
affatto per quelli descritti da Virgilio nell’Eneide, scritta 800 anni dopo.
Peraltro è riconosciuto che per molti versi l’Eneide è la risposta latina alla
greca Odissea, di cui reinventa schema narrativo ed episodi: a Trapani/Drepano
approdano le navi di Enea, e nel mare trapanese si svolge la prima regata
narrata dettagliatamente dalle fonti classiche. Nel V libro del poema virgiliano
si fa la cronaca accurata e precisa della gara navale: le quattro navi della
flotta – Pristi, Chimera, Centauro, Scilla – secondo la tesi più accreditata
gareggiano attorno allo scoglio degli Asinelli davanti a Pizzolungo; secondo
l’archeologo subacqueo Gianfranco Purpura la regata si svolse invece attorno
allo scoglio Scialandro sul versante di levante di Cofano. Comunque, le navi si
affrontarono nei mari trapanesi: il caso vuole che agli Asinelli come allo
Scialandro siano state calate per secoli le reti delle tonnare.
Con una voluta forzatura, ho detto all’inizio che i pescatori sono gli aedi che
tramandano la cultura del mare: come non accostare, sia pure timidamente e con
le dovute proporzioni, la trasmissione orale del racconto epico con il passaggio
da generazione a generazione – anche questo puramente orale – del sapere dei
pescatori, che si tramandano le loro storie, le tradizioni, le credenze, più in
generale la loro cultura millenaria e stratificata? Ma non solo: si tramandano
oralmente anche quei saperi empirici che hanno reso possibile operare in un
ambiente – quello marino – che non è quello tipico dell’uomo: così si sono
tramandate le mappe segrete dei fondali, con le secche ed i banchi più pescosi,
ritrovate non con l’ausilio degli strumenti moderni (Loran, GPS, radar), ma
ricorrendo ai “segnali”, le mire a terra che sfruttano una elementare legge
della geometria: per due punti passa una sola retta. Lo stesso metodo della
tradizione orale sovrintendeva alla navigazione: era la memoria – personale ed
acquisita attraverso i racconti e l’esperienza di altri marinai – che guidava i
capitani: “Non credo lontani/ le fide coste fraterne d’Erice e i porti sicani/
se calcolo bene a memoria le stelle or ora notate …” dice il nocchiero Palinuro
ad Enea, avvicinandosi alle coste trapanesi (Eneide, libro V).
E’ una terra che gronda di mare, di miti, di storia, la nostra.
di Ninni Ravazza
Tratto da: www.cosedimare.com Il Mediterraneo tra storia immagini e mito